Mattia Caldara, difensore cresciuto nel vivaio di Zingonia e affermatosi con la maglia dell’Atalanta, ha recentemente annunciato il suo ritiro dal calcio giocato. In un’intervista rilasciata a Sky Sport, il calciatore classe 1994 ha ripercorso le tappe di una carriera segnata da grandi soddisfazioni ma anche da profondi momenti di difficoltà, spiegando le ragioni che lo hanno portato a questa sofferta decisione.
Una lettera per chiudere un capitolo
La scelta di appendere gli scarpini al chiodo non è stata improvvisa, ma il frutto di una lunga riflessione. Caldara ha raccontato di aver vissuto due mesi mentalmente molto impegnativi, consapevole che la sua carriera si sarebbe interrotta prima del previsto. Per elaborare questo passaggio, ha deciso di scrivere una lettera al calcio, un gesto simbolico per congedarsi da una parte fondamentale della sua vita. “È stata un’idea che mi è venuta parlando con Nicolò Franceschin, che mi ha aiutato a scriverla”, ha spiegato, sottolineando come questo atto gli abbia permesso di sentirsi meglio e di ritrovare la serenità dopo aver metabolizzato la decisione migliore per sé e per la sua famiglia.
Il sogno infranto e il peso degli infortuni
Un punto cruciale della sua carriera è stato il trasferimento da Bergamo a Milano. Caldara sentiva quello come un momento decisivo, spinto dal forte desiderio di confermare le sue qualità anche lontano dall’ambiente che lo aveva lanciato nel grande calcio. “Volevo dimostrare di poter far bene anche fuori dall’Atalanta”, ha confessato. Purtroppo, il suo percorso è stato bruscamente interrotto da un grave infortunio che lo ha fatto sentire “in svantaggio rispetto a tutti i miei compagni”. Il rammarico è legato alla consapevolezza che quella stagione sarebbe stata fondamentale per la sua affermazione ad alti livelli.
La caduta e la reazione
Il momento più buio è coinciso con la ricaduta e la rottura del legamento crociato, avvenuta subito dopo essere rientrato da un altro stop. Se il primo infortunio era stato un problema principalmente fisico, il secondo ha avuto un impatto devastante a livello mentale. “Mi sono sentito sottoterra per la prima volta”, ha ammesso Caldara, descrivendo quella fase come la più dura della sua carriera. Tuttavia, proprio in quel momento di sconforto, è scattata in lui una reazione, alimentata dalla profonda mancanza del calcio, che gli ha dato la forza per affrontare un nuovo percorso di recupero.




