Cento giorni sono bastati. Raffaele Palladino ha trasformato l’Atalanta, prendendola al tredicesimo posto l’11 novembre e portandola a ridosso della zona che vale un posto in Champions League. La squadra ora è sesta. Un percorso che ha annullato le incertezze autunnali e ha riacceso l’entusiasmo a Bergamo, con la squadra che ora condivide la stessa posizione del Como, avanti solo per la differenza reti.
I numeri di una trasformazione
Le statistiche parlano chiaro. Nelle quattordici panchine con il nuovo tecnico, la Dea ha raccolto 29 punti, frutto di nove vittorie e due pareggi. Una media di 2,07 a partita. Questo ritmo, inferiore solo a quello delle due squadre milanesi nello stesso periodo, ha permesso di recuperare terreno sulle dirette concorrenti. Al Bologna sono stati recuperati diciassette punti, trasformando un passivo di otto lunghezze in un vantaggio di nove. Nessun’altra squadra ha scalato sei posizioni in classifica nello stesso arco temporale.
Il pareggio che ha cambiato la stagione
La scintilla si è accesa a Como. Quel pareggio a reti inviolate, ottenuto in inferiorità numerica, rappresenta il punto di svolta del campionato nerazzurro. Senza la parata di Marco Carnesecchi sul rigore calciato da Paz a tempo scaduto, la squadra sarebbe scivolata a otto punti di distanza dagli uomini di Fabregas. Un episodio che ha dato una spinta psicologica. Da quel momento, l’inerzia è cambiata.
Tra rimpianti e nuove ambizioni
Resta un solo interrogativo. Dove sarebbe oggi l’Atalanta se la guida tecnica fosse cambiata a luglio, evitando la precedente gestione di Ivan Juric? Il rendimento attuale è superiore di sei punti rispetto a quello della Roma di Gian Piero Gasperini nello stesso periodo. Ora la zona Champions League dista cinque lunghezze. Domenica, contro quel Napoli che segnò l’amaro esordio di Palladino, si chiude un cerchio.




