Mattia Caldara ha annunciato il suo ritiro dal calcio giocato a 31 anni. In una lunga e toccante lettera, l’ex difensore ha ripercorso una carriera segnata da infortuni, dedicando un capitolo speciale al periodo che lo ha lanciato nel grande calcio: quello con la maglia dell’Atalanta. Un legame, quello con Bergamo, che emerge come un punto di riferimento costante, sia nei momenti di gloria che in quelli più bui.
Caldara e la consacrazione a Bergamo
Nella sua lettera d’addio, Caldara torna con la mente ai suoi inizi, alle “partitelle in oratorio” e ai “tornei con l’Atalanta”, fino al giorno che ha cambiato la sua carriera: il 2 ottobre 2016. In quella data, contro il Napoli, arrivò la sua prima partita da titolare in Serie A. “Ho capito di poter diventare Mattia Caldara“, scrive, ricordando il timore di essere mandato nuovamente in prestito dopo anni in Serie B. Invece, rimase a Bergamo, vivendo momenti “inimmaginabili”. Da quel momento, la sua ascesa fu rapidissima: divenne un titolare inamovibile, passando dall’anonimato alle interviste quotidiane, una pressione a cui, ammette, non era preparato.
Il sogno infranto e il legame con la Dea
Il periodo d’oro a Bergamo culminò con l’acquisto da parte della Juventus, pur rimanendo in prestito all’Atalanta. Una scelta che all’epoca ritenne giusta, sentendosi non ancora pronto per un palcoscenico così importante. Tuttavia, è proprio il ricordo di quel giocatore dominante che diventerà un fardello negli anni successivi. Durante il suo calvario fisico e mentale, il pensiero ricorrente era uno solo: “Devi tornare a essere il Caldara dell’Atalanta”. Questa frase, come racconta, è diventata un’ossessione, un’illusione che lo ha logorato. Il “Caldara dell’Atalanta” è rimasto il simbolo di un apice mai più raggiunto, un sogno che gli infortuni hanno trasformato in un’utopia dolorosa, segnando la fine di una carriera che a Bergamo sembrava destinata a essere leggendaria.




