Sette. È questo il numero degli italiani titolari nelle gare d’andata degli ottavi di Champions League. Un dato che fotografa un sistema in affanno, dove a tenere alta la bandiera è un blocco di quattro giocatori dell’Atalanta: Marco Carnesecchi, Lorenzo Bernasconi, Davide Zappacosta e Gianluca Scamacca. A loro si aggiungono solo Gianluigi Donnarumma, Matteo Ruggeri e Sandro Tonali, emigrati all’estero. La sconfitta della Dea contro il Bayern Monaco è diventata così il pretesto per attaccare l’unica squadra rimasta a rappresentare l’Italia, ignorando il quadro generale.
Il paradosso di una sconfitta
La critica ha usato il passivo contro i bavaresi come simbolo di una presunta “figuraccia” italiana. Un paradosso. L’Atalanta è stata l’unica società della Serie A a superare la fase a campionato e a raggiungere gli ottavi di finale. Ha ceduto a una potenza economica e tecnica di un altro livello, mentre club con risorse superiori hanno fallito molto prima. Il Napoli è uscito dalla competizione al 30° posto, subendo un 6-2 dal PSV Eindhoven. L’Inter si è arresa ai norvegesi del Bodø/Glimt negli spareggi e la Juventus, nello stesso turno, è stata battuta 5-2 dal Galatasaray. La squadra di Raffaele Palladino ha lottato contro un colosso, le altre sono cadute prima.
I numeri della crisi
Il dato dei sette titolari italiani è il riflesso di un problema strutturale. Il confronto con le altre nazioni è severo. La Spagna ne schiera 20, l’Inghilterra 19, la Francia 17, mostrando una capacità di produrre talento che l’Italia sembra aver smarrito. Anche Brasile e Portogallo (11), Germania e Norvegia (10) fanno meglio. Le difficoltà della Nazionale, costretta ai playoff mondiali proprio dalla Norvegia, non sono più una sorpresa ma la diretta conseguenza di questa povertà tecnica. Il problema non risiede a Bergamo. Criticare l’Atalanta significa ignorare la vera malattia del calcio italiano. La Dea non è il capro espiatorio, ma l’ultimo avamposto di un’identità perduta.




