L’Atalanta Primavera insegue un trofeo che manca da 23 anni. Nella finale di Coppa Italia contro la Juventus, i giovani nerazzurri cercano di riportare a Bergamo un titolo storico. A indicare la via è la voce di chi quell’ultima coppa l’ha alzata al cielo. Michele Canini, protagonista della vittoria del 2003, ha ripercorso quella cavalcata e analizzato il DNA del settore giovanile bergamasco in un’intervista a PrimaBergamo.
Il ricordo del 2003 e un gol decisivo
La mente torna alla doppia finale con la Lazio. Dopo il 2-2 dell’andata a Roma, firmato da una doppietta di Giampaolo Pazzini, il ritorno si giocò nello stadio della prima squadra. Un’atmosfera unica. Sotto di un gol, fu proprio Canini a siglare di testa la rete del pareggio, prima del guizzo vincente di Inacio Pià che ribaltò il risultato in tre minuti. “Furono due partite belle”, ricorda l’ex difensore. “Fare gol sollevando il trofeo fu la ciliegina sulla torta per un giovane calciatore”.
Il segreto di Zingonia
Quella squadra era una fucina di talenti. Accanto a Canini e Pazzini c’erano giocatori come Riccardo Montolivo, Simone Padoin e Rolando Bianchi, tutti destinati a una carriera nel calcio che conta. Il segreto non era solo tecnico. Canini spiega che il metodo di lavoro si basava sulla crescita umana prima ancora che sportiva. “Si lavorava sulla tecnica, sull’essere uomini prima che calciatori. La tattica veniva dopo”, afferma, una filosofia che oggi prosegue con progetti come l’Under 23.




