Nessun numero dall’1 all’11. La formazione dell’Atalanta scesa in campo contro la Roma all’Olimpico è una fotografia del calcio contemporaneo, un manifesto che archivia decenni di tradizione. La serie di maglie scelte dai titolari di Raffaele Palladino assomiglia più a una combinazione casuale che a una distinta di Serie A. Carnesecchi con il 29, De Ketelaere con il 17, Krstović con il 90. Una scelta che fa discutere.
La poesia dei numeri perduti
Un tempo il calcio si imparava a memoria attraverso i numeri. L’1 era il portiere, il 3 il terzino di spinta come Cabrini o Maldini, il 6 il capitano alla Scirea. Il 9 era il gol, il 10 la fantasia. Cifre che evocavano leggende e definivano ruoli precisi, un linguaggio universale compreso da ogni tifoso. Quella simbologia, però, si è erosa a partire dalla stagione 1994-95, quando la Lega aprì alla numerazione personalizzata sulla scia dell’NBA. Da quel momento, il merchandising ha preso il sopravvento sulla tradizione. I bambini hanno smesso di sognare di essere ‘il numero 9’ per imparare a dire ‘centravanti’. La formazione vista all’Olimpico, con i vari Zappacosta (77), Éderson (13) e Scalvini (42), è la piena rappresentazione di questa trasformazione. Non c’è più un legame diretto tra il numero e il ruolo, ma solo una scelta personale che diventa marchio.
Una scelta che definisce un’epoca
L’undici titolare senza le cifre classiche non è un dettaglio da poco. Racconta di un calcio che ha cambiato pelle, dove i ruoli sono più fluidi e le icone del passato lasciano spazio a un’identità collettiva differente. La squadra di Palladino, con la sua collezione di numeri alti, riflette questa tendenza. Non è più la squadra del singolo fuoriclasse con il 10 sulle spalle, ma un gruppo dove ogni giocatore porta con sé un pezzo di un puzzle più complesso. Una visione che sacrifica la sacralità di un tempo in nome di un nuovo corso. Il calcio sarà sempre un sogno, ma i suoi simboli non sono più quelli di una volta.




