Da attaccante a portiere per caso, fino a segnare di testa in Serie A. La carriera di Massimo Taibi è un romanzo che attraversa decenni di calcio, un percorso ricco di aneddoti raccontato dall’ex portiere, con un passato anche a Bergamo, in un’intervista a La Gazzetta dello Sport. Tra i ricordi di spogliatoi mitici e allenatori leggendari, emerge una riflessione sul calcio di oggi, con un apprezzamento per il modello rappresentato da Raffaele Palladino alla guida dell’Atalanta.
La visione sugli allenatori
Taibi non nasconde di aver avuto rapporti complessi con alcuni dei suoi allenatori, citando Fabio Capello, Luciano Spalletti e Alberto Zaccheroni come tecnici con cui non scattò la scintilla. Al contrario, la sua ammirazione per la metodologia di Arrigo Sacchi è rimasta intatta. Queste le parole di Taibi: “Direi Spalletti e Zaccheroni. Grandi allenatori con cui non è scattato il feeling, può capitare. Avevo, invece, un ottimo rapporto con Sacchi. Arrigo era maniacale in tutto e curava tanto la fase difensiva. In più è sempre stato un grande uomo”.
Una carriera tra aneddoti e un grande rimpianto
Il viaggio di Taibi nel calcio è costellato di momenti unici. C’è il rimpianto per aver lasciato troppo presto il Manchester United di Sir Alex Ferguson, che lo andò a prendere di persona in aeroporto. “Feci un errore e lui ribaltò lo spogliatoio. Quando si arrabbiava faceva tremare i muri”, confessa, ricordando una strigliata dopo un 5-0 contro il Chelsea. Poi ci sono le esperienze con presidenti iconici, come Silvio Berlusconi e Maurizio Zamparini. Ma l’immagine che resta scolpita nella memoria collettiva è il suo gol. Il primo aprile 2001, con la maglia della Reggina, salì in area avversaria contro l’Udinese e segnò di testa. Un’impresa che lo ha consegnato alla storia. “In tanti mi ricordano per quell’impresa: meglio passare alla storia per questo che per le papere”, scherza oggi.




