L’Atalanta di Raffaele Palladino diventa un caso di studio. La squadra bergamasca è indicata da Gianluca Di Marzio come la ricetta per un calcio italiano in cerca di sé stesso. Un esempio concreto di come pragmatismo e identità possano costruire un modello vincente, senza inseguire filosofie straniere. L’analisi, effettuata durante il suo podcast in collaborazione con TuttoMercatoWeb, parte da un presupposto netto: smettere di imitare e tornare a valorizzare il proprio DNA.
Ritorno alle origini: difesa e transizioni
Il calcio italiano ha smarrito la via. Questo è il monito lanciato da Di Marzio, che individua la crisi nell’abbandono dei principi storici che hanno reso grande il movimento. “Non dobbiamo vergognarci di essere difesa e contropiede”, afferma, criticando la tendenza a copiare stili non appartenenti alla tradizione nazionale. In questo scenario, l’Atalanta emerge come un faro. La squadra di Palladino, con la sua organizzazione e la capacità di colpire con rapide transizioni, sta riproponendo con successo proprio quella mentalità. Un sistema dove la solidità, garantita da uomini come Scalvini e Hien, diventa la base per liberare la potenza offensiva di attaccanti come Scamacca e Raspadori.
La forza del collettivo sul modello Simeone
Il successo non nasce dalla ricerca di un singolo fuoriclasse, ma dalla costruzione di un gruppo coeso. L’esempio citato è quello dell’Atletico Madrid di Diego Simeone, dove il “cholismo” ha creato un’identità basata su intensità e sacrificio. A Bergamo si respira una filosofia simile. L’obiettivo non è coltivare solisti, ma forgiare una squadra dove giocatori come de Roon ed Éderson incarnano lo spirito di abnegazione. Ogni elemento, da De Ketelaere a Zappacosta, è chiamato a mettersi al servizio del bene comune. La lezione è chiara: l’unione d’intenti è l’arma per competere anche contro avversari sulla carta superiori. Per l’Italia del pallone, la strada da seguire sembra passare dal Gewiss Stadium.




